Quando i gorilla di pianura rinascono grazie a eco turismo e comunità locali.
Due anni difficili per Dzanga Sangha
Gli ultimi due anni sono stati duri per Dzanga Sangha. In questo triangolo di Africa, tra le foreste infinite del Bacino del Congo, si percepisce sempre una tensione elettrica: un organismo verde che avvolge chi lo attraversa. In questo scenario, tre grandi gorilla di pianura occidentale hanno perso la vita.
Tre maschi dominanti, tre silverback, tre leader che avevano accettato l’incontro con l’uomo. Tre simboli della conservazione mondiale.
I primi due muoiono a distanza di tre settimane.
Wildnotes – Storie di Conservazione
Questa rubrica raccoglie e racconta aggiornamenti dai luoghi che visitiamo, mettendo al centro i temi della conservazione della natura e delle specie. Non è solo un diario di viaggio: è uno spazio in cui osserviamo da vicino cosa sta accadendo davvero sul campo, tra progetti di tutela, sfide ambientali e risultati concreti.
La morte di Mata: una caduta fatale
Ad agosto 2022, Mata, 32 anni, viene ritrovato a terra con fratture al collo e agli arti. Non c’è traccia di bracconaggio né di scontro: solo una caduta fatale da un albero.
Il suo percorso di abituazione era iniziato nel 2010, e nel 2019 il suo gruppo familiare aveva accolto i primi turisti. Era un silverback molto protettivo, allontanava i propri piccoli quando qualcosa non andava, ed era capace di gesti straordinari: nel 2018 si prese cura di un cucciolo di tre mesi mentre i veterinari liberavano una femmina da una trappola dei bracconieri.
Mayele: il gigante gentile
Poche settimane dopo, a settembre 2022, muore Mayele, 40 anni, vittima di uno scontro con un maschio solitario. Nonostante i trattamenti veterinari, le ferite erano troppo gravi.
Conosciuto come un “gigante gentile”, lasciava la propria famiglia muoversi liberamente nella foresta. Sembra che abbia lottato fino alla fine con l’altro maschio, riuscendo a mettere in salvo la sua famiglia, che aveva iniziato il processo di abituazione nel 2010.

Makumba: l’ambasciatore dei gorilla
Dopo queste due perdite restava solo un gruppo familiare contattabile al mondo: quello di Makumba, il leggendario silverback. Il suo un nome nella lingua dei pigmei Ba’aka significa “velocità”.
I primi contatti dei ricercatori e trackers del Parco avvengono nel 2000, quando aveva circa 20 anni. Nel 2004 il gorilla accetta la presenza umana. Diventa così ambasciatore globale della sua specie: compare su documentari di BBC, National Geographic, Disney Channel, attira ricercatori e studenti da ogni parte del mondo.
Makumba è anche un padre prolifico: oltre 18 cuccioli da 6 femmine. Per anni, migliaia di visitatori hanno avuto l’onore di incontrarlo nella foresta.

La morte di Makumba: un vuoto senza precedenti
Il 15 maggio 2024, mentre nel mondo scorrono notizie di guerre e scoperte spaziali, nelle foreste di Dzanga Sangha muore Makumba, a circa 45 anni, dopo uno scontro con un altro maschio. Ancora uno scontro fatale, ancora un altro maschio. Un altro monumento che cade, questa volta facendo tremare la foresta intera.
Perché questa volta l’eredità che questo naturale avvenimento lascia è eclatante: non rimane nessun gruppo familiare al mondo di Gorilla di pianura occidentale abituato all’uomo.
L’ecoturismo a Dzanga Sangha, e tutta la diffusione nel mondo delle sfide ecologiche e conservazionistiche che si rincorrono nelle foreste del Bacino del Congo, rischiano di fermarsi.
L’abituazione dei gorilla: un processo lungo e delicato
Abituare un gorilla, e il suo gruppo familiare, alla presenza degli umani, non è semplice. Occorrono anni, personale in grado di conoscere queste foreste come se fossero casa, tanti soldi. E occorre che il gruppo familiare di gorilla, dominato dal proprio silverback, accetti la cosa.
La chiave sono i pigmei Ba’Aka, gli unici in grado di muoversi nella foresta come a casa propria. Solo loro hanno la conoscenza assoluta di queste foreste, che sembrano tutte uguali, senza punti di riferimento.
Sono loro che vanno alla ricerca dei gorilla da abituare, camminando ore o giorni, in condizioni avverse. Ci vogliono mesi e mesi, e poi anni, per abituarli alla presenza umana, con versi e gesti stereotipati che vengono emessi giorno dopo giorno, sperando che nel frattempo il silverback non venga ucciso, o non si sposti in aree remote, o non carichi nessuno. Le false partenze sono innumerevoli, gli insuccessi all’ordine del giorno.

Ecoturismo e comunità locali: un legame vitale
Ma la posta in gioco è troppo alta per rinunciare. Il Gorilla Tracking genera oltre il 50% delle entrate di Dzanga Sangha e dà lavoro a più di 60 persone, tra cui 40 indigeni Ba’Aka. Per le comunità locali il turismo dei gorilla è una delle fonti di reddito fondamentale.
Per il mondo, invece, è uno strumento per far conoscere la fragilità e la ricchezza di questo ecosistema unico.
Il legame tra le comunità locali, l’ambiente e il turismo internazionale diventa strettissimo, il Gorilla di pianura occidentale guadagna le copertine dei giornali di tutto il mondo, la conservazione dell’intero ecosistema a cascata ne guadagna.
C’è tanto da proteggere qui. Nei “bai”, radure isolate possiamo osservare una biodiversità incredibile: elefanti di foresta, bonghi dal manto ipnotico, bufali rossi, scimpanzé, cercocebi, colobi e galagoni, piccole antilopi, uccelli endemici, scoiattoli volanti, lontre e manguste.

Il miracolo: nasce il nuovo gruppo di Limo
Poi, la buona notizia: da pochi mesi un nuovo gruppo ha completato il processo di abituazione in tempi record, meno di due anni. Il nuovo silverback si chiama Limo. Grazie all’impegno congiunto di ricercatori, ranger, tracker e comunità locali che sanno perfettamente che qui si gioca duro.
Ed è così che Dzanga Sangha riapre i suoi cancelli. Limo, il nuovo silverback, è pronto a riceverci. Dzanga Sangha può guardare al futuro.
Dzanga Sangha: il futuro della conservazione
Tra perdite e rinascite, la storia di Dzanga Sangha insegna che la conservazione è una sfida continua. Oggi, grazie a Limo e al nuovo gruppo di gorilla, la speranza torna a vibrare nelle foreste del Bacino del Congo.

Photo credits: Ruggero Menzolini