I mammiferi più minacciati del pianeta vivono su un’isola che non somiglia a nessun’altra.
Wildnotes – Storie di Conservazione
Questa rubrica raccoglie e racconta aggiornamenti dai luoghi che visitiamo, mettendo al centro i temi della conservazione della natura e delle specie. Non è solo un diario di viaggio: è uno spazio in cui osserviamo da vicino cosa sta accadendo davvero sul campo, tra progetti di tutela, sfide ambientali e risultati concreti.
L’isola che ha inventato i primati
Il Madagascar non è solo grande. È ben altro.
Il 98% dei mammiferi che vi abitano non esistono da nessun’altra parte della Terra. Stessa cosa per il 91% dei rettili e l’80% delle piante. L’isola ha evoluto la vita per conto suo, per decine di milioni di anni, separata dal continente africano prima che i mammiferi placentali la colonizzassero. Il risultato è una fauna che sembra uscita da un esperimento parallelo.
Al centro di questo esperimento ci sono i lemuri.
Sono primati, i più antichi. Arrivarono sull’isola tra i 45 e i 52 milioni di anni fa (secondo alcuni studi addirittura 65 milioni di anni fa, a ridosso dell’ estinzione dei dinosauri), probabilmente su zattere di vegetazione. Qui trovarono un ambiente senza predatori e si diversificarono in modo straordinario. Oggi si contano 107 specie, dal microcebus (il primate più piccolo del mondo, poco più di 30 grammi) all’Indri, che può pesare oltre 9 chilogrammi e le cui grida risuonano per chilometri nella foresta pluviale.
Una crisi silenziosa: 96% delle specie a rischio estinzione
Il dato è difficile da assorbire: 103 specie su 107 sono oggi a rischio di estinzione. Il 96% del gruppo.
La prima causa è la perdita di habitat: foreste abbattute per produrre carbone vegetale, per ricavare legna da ardere, per fare spazio all’agricoltura di sussistenza. La seconda causa è il commercio illegale di animali vivi, alimentato dalla domanda di lemuri come animali domestici. Entrambe le pressioni agiscono su un territorio che ha già perso la maggior parte della sua copertura forestale originaria.
Ma negli ultimi anni è emersa una terza minaccia, meno visibile. E arriva dalle città.

La foresta spinosa: un corridoio da non perdere
Nel sudovest del Madagascar, il WWF lavora nell’area protetta di Amoron’i Onilahy. È un posto che non assomiglia alla foresta pluviale che si associa normalmente all’isola.
È una foresta spinosa. Arida, adattata alla siccità, con piante che hanno sviluppato spine per ridurre la perdita d’acqua e scoraggiare i predatori. Queste foreste non esistono da nessun’altra parte al mondo. E sono uno degli ultimi rifugi per due specie di lemuri particolarmente a rischio: il lemure dalla coda ad anelli (Lemur catta) e il sifaka di Verreaux (Propithecus verreauxi), conosciuto anche come “lemure danzante” per il modo in cui si muove sul terreno.
Amoron’i Onilahy non è solo un’area protetta. È un corridoio tra le foreste spinose del sud e quelle del nord. Se viene tagliato, le popolazioni di lemuri restano isolate. E le popolazioni isolate, si sa, sono popolazioni più vulnerabili.
I polisin’ala: i guardiani della foresta
Il WWF ha scelto un approccio preciso in quest’area: costruire la conservazione con le comunità locali, non intorno a loro.
I polisin’ala — che in malgascio significa letteralmente “polizia della foresta” — sono pattugliatori locali che monitorano e proteggono i lemuri e i loro habitat in sei siti all’interno dell’area protetta. Non sono figure esterne: sono persone delle comunità stesse, formate per riconoscere le specie, registrare le osservazioni, intervenire sulle violazioni.
In totale, il WWF ha formato quasi 200 pattugliatori. Usano gli smartphone per documentare e tracciare le popolazioni di lemuri. Il sistema adottato si chiama SMART (Spatial Monitoring and Reporting Tool): uno strumento standardizzato che permette di raccogliere dati comparabili nel tempo e costruire una visione a lungo termine dello stato delle popolazioni.
I polisin’ala lavorano a fianco di ecologi e studenti universitari. La trasmissione di competenze va in entrambe le direzioni.

Una minaccia che viene dalle città
Finora la storia sembrava relativamente lineare: deforestazione, perdita di habitat, caccia nelle aree rurali. Ma la ricerca del Duke Lemur Center pubblicata nel novembre 2025 ha messo sul tavolo un’altra realtà.
Nelle città del Madagascar vengono venduti ogni anno migliaia di lemuri, attraverso reti dirette e riservate. Solo lo 0,6% dei ristoranti serve carne di lemure. Ma quei ristoranti si rivolgono a un pubblico preciso: élite urbane benestanti disposte a pagare un prezzo che è tre volte quello della carne domestica, in cambio di qualcosa che percepiscono come raro, selvatico, simbolo di status e di vitalità. Il commercio di carne di lemure nelle aree urbane è alimentato dalla ricchezza, non dalla povertà.
Questo lo rende un problema diverso, con soluzioni diverse. I cacciatori che riforniscono il mercato urbano descrivono il loro lavoro come rischioso, faticoso e poco redditizio. La maggior parte preferirebbe alternative, se esistessero. Ma il sistema che alimenta la domanda dall’alto non è sensibile agli stessi strumenti che funzionano per la caccia di sussistenza.
Le specie più colpite da questo commercio sono quelle di grandi dimensioni: i lemuri ruffed e l’indri. Vengono cacciati spesso durante le stagioni riproduttive, quando sono più facili da trovare. Il danno sulle popolazioni è sproporzionato.

I risultati che contano
Nell’area di Amoron’i Onilahy, i dati raccontano una storia incoraggiante.
Tra il 2019 e il 2020, il tasso di deforestazione è sceso del 60%. Non è un risultato teorico: è una misura di quanto meno foresta è stata abbattuta rispetto all’anno precedente, nelle stesse aree monitorate.
Tra il 2019 e il 2022, la densità di lemuri nell’area è aumentata. L’interpretazione dei ricercatori è chiara: lemuri adulti si stanno spostando nell’area protetta perché offre rifugio sicuro e risorse sufficienti. Arrivano perché le condizioni sono migliorate.
Sono numeri che dicono una cosa precisa: quando le comunità locali hanno gli strumenti per fare i custodi del territorio e le alternative economiche per non dover sfruttare la foresta, la foresta risponde.
L’educazione fa parte del lavoro sul campo, non è un accessorio.
Il WWF ha connesso 38 scuole primarie e secondarie nei dintorni di Amoron’i Onilahy a programmi di sensibilizzazione sulla conservazione dei lemuri. Ha distribuito materiale educativo e organizzato proiezioni cinematografiche nelle comunità. Nel 2022 ha gestito una campagna su scala locale e nazionale in occasione della Giornata Mondiale del Lemure, sulle leggi che vietano il possesso, la cattura e la vendita di lemuri.
La logica è semplice: le generazioni che cresceranno accanto alla foresta spinosa devono capire cosa stanno custodendo.
Il nostro viaggio in Madagascar
Viaggiare in questo contesto è possibile, ma scoprire il Madagascar con WWF Travel ti offre un approccio preciso: osservare le specie nel loro habitat, capire il lavoro di conservazione che le tiene in piedi, incontrare le persone che lo fanno ogni giorno.
Vedere il lemure dalla coda ad anelli o il sifaka di Verreaux è possibile anche grazie ad anni di lavoro sul campo da parte di comunità che hanno scelto di proteggere invece di cacciare, di reti di pattugliatori che ogni mattina escono con lo smartphone in tasca a monitorare foreste che altrimenti scomparirebbero in silenzio.
Viaggiare per conoscere è tutta un’altra storia.
Fonti
WWF – How WWF is protecting lemurs in Madagascar
Duke Lemur Center – An Emerging Threat to Lemur Conservation: The luxury wildlife meat trade in urban centers